Lo Zar presso il popolo somalo

Descrizione dello Zar presso il popolo somalo

tratta dal libro di Virginia Lee Barnes e Janice Boddy

“Aman, una giovane donna dall’inferno alla libertà” Rizzoli 1994 (pag. 103 e seg.)

Da quando avevano fissato la data della grande cerimonia Zar, l’uomo che la praticava mandava tutte le mattine tre aiutanti a controllare come stava la mamma. Quando arrivavano, mia marde offriva loro la colazione e bruciava incenso mentre mangiavano. Dopo colazione, sparecchiavo, e loro dicevano alla mamma di sedersi sul pavimento.Le facevano bere tre tazzine di caffè e mi ordinavano di portare una catinella piena di sabbia, nel caso le venisse da vomitare. Uno degli officianti si sedeva di fronte a lei su uno sgabello. La mamma si copriva la testa con un panno bianco, e l’uomo prendeva il braciere e lo infilava sotto il panno, accostandoglielo al viso in modo che potesse aspirare i fumi dell’incenso.

Lei tossiva moltissimo, l’altro diceva: “Bene, bene, ecco il segno dello Zar”, e le batteva sulle spalle e sulla testa, e urlava allo Zar di uscire fuori e dire come si chiamava. Sapeva che era dentro di lei, perché mai si ostinava a farla stare male? La mamma tossiva e vomitava nella bacinella. Quando era tutta sudata e non ce la faceva più, gli uomini interrompevano l’operazione. Prima di andarsene, le mettevano un profumo speciale.

Arrivò il giorno della cerimonia: venerdì. Le mie zie e alcune amiche e parenti della mamma erano venute a passare al notte di giovedì da noi. Al mattino, tutte erano ansiose di assistere alla cerimonia, perché la maggior parte di loro non ne aveva mai avuto l’occasione. Ci alzammo di buon ora a preparare l’ambiente per quelli che sarebbero venuti a praticare lo Zar. Il celebrante si presentò a mattino già inoltrato, in compagnia di sei seguaci. Avevamo già ripulito lo stanzone, distribuendovi cuscini e stuoie, avevamo riempito di carbonella ardente il braciere, collocato l’incenso a portata di mano, e la colazione era pronta per gli ospiti. Entrarono tutti nella stanza e si sedettero. Dissero alla mamma di andare a prepararsi: doveva farsi una doccia e indossare indumenti puliti. Mentre la mamma era occupata, servimmo loro la colazione.

Poi mia madre tornò, indossando gli abiti della festa e anche qualche gioiello. Ci chiese qualcosa di fresco da bere, perché era impaurita, disse. Le diedi un bicchiere d’acqua. Il celebrante dello Zar disse alla mamma che doveva entrare da sola nella stanza, e lei ubbidì, chiudendosi la tenda alle spalle. Dopo di che non riuscii a vedere più niente.

Però udii. Recitavano qualcosa ad alta voce, versetti del Corano, sembrava. Poi arrivarono altri seguaci del celebrante. Avevano con sé una pecora, una capra e una quantità di altra roba da cucinare. C’erano quattro uomini e otto o neve donne, più alcuni bambini, maschi e femmine, al seguito le rispettive madri. Spedirono i bambini a giocare, e tutte noi uscimmo a lasciare loro lo spazio di cui avevano bisogno per cucinare nel daash. Gli uomini uccisero la capra e legarono la pecora ad un albero in attesa che il celebrante eordinasse loro di ucciderla.

Di lì a poco, udimmo il rullo dei tamburi e un calpestìo di piedi danzanti. Rientrammo di corsa a vedere che cosa succedeva. Il celebrante se ne stava seduto, dato che era anziano. Gli altri erano in piedi. La mamma sedeva di fronte al celebrante al centro della cerchia di persone. Era nascosta da un grande lenzuolo bianco, a la vedevotremare, là sotto. Era come se lo spirito la scuotesse da capo a piedi. L’assistente del celebrante batteva sul tamburo. Tutti cantavano e danzavano, a l’aria era satura di fumo d’incenso. Dopo, portarono la pecora del daash, la piazzarono di fronte al celebrante, e fecero sedere la mamma su uno degli sgabellini. Il vecchio teneva in mano una ciotola e disse qualcosa, rivolto allo Zar, qualcosa come: “Questa pecora è per te, e ne berrai il sangue, e io voglio che tu lasci in pace questa donna”. Sgozzarono la pecora sotto gli occhi della mamma, accostando una ciotola alla gola per raccogliere il sangue. Tutto il sangue colò nella ciotola, caldo e gorgogliante, e l’officiante lo diede da bere alla mamma. Lei disse che non poteva farlo, ma l’uomo glielo intimò, e lei si fece forza: vedevo il suo viso, e non aveva la solita espressione. Ne bevve un sorso, credo, poi la sentii dire: “No, no, non posso berne dell’altro”, e fu allora che si misero tutti a bere, passandosi la ciotola e bevendo, l’uno dopo l’altro, e comportandosi come se fossero impazziti. Sudavano, si capiva che avevano qualcosa in corpo, una presenza demoniaca. Non avevano più sembianze umane: i loro volti erano cambiati, soprattutto quando bevevano il sangue e se ne leccavano le tracce sulle labbra. Era terribile. Non riuscivamo a sopportarlo, scappammo fuori, e io vomitai.Dopo di che, attaccarono a battere sul tamburo e a danzare. Quando la danza si concluse, tutti uscirono a prendere una boccata d’aria frescae qualcuno di loro andò in bagno a lavarsi, perché erano fradici di sudore. La mamma fu la prima a mangiare. Poi fu la volta degli affiliati dello Zar. Nessun altro poteva mangiare prima che avessero assaggiato il cibo e dato il permesso, perché quello era il loro compito, e dovevano nutrire prima il demone e se stessi e poi tutti gli altri, così fummo costrette ad aspettare. Inoltre, avevano dovuto cuocere la carne di pecora, e per questo danzarono così a lungo, prima che il cibo fosse pronto. Era pomeriggio inoltrato quando mangiarono, e solo allora diedero il permesso.

Prima di andarsene, consegnarono alla mamma tre lunghe collane di perline unite tra loro, più altre due separate; le diedero anche un anello d’argento e del profumo che avevano comprato col denaro dato loro da mia madre per la cerimonia. Le dissero che ogni mattina doveva bruciare incenso, pregare e parlare con se stessa. Avrebbe dovuto portare la collana, ogniqualvolta lo faceva, e il velo che la copriva durante la cerimonia. Le spiegarono tutto ciò che doveva fare e le dissero che avrebbe potuto recarsi a casa del celebrante, in qualunque giorno volesse. Lei rispose: “Va bene”. E questo è quanto: tutti si accomiatarono, e quando se ne furono andati, ci mettemmo a ripulire la casa.

La mamma cominciò a recarsi a casa di quell’uomo, e divenne più calma, molto calma. Non stava bene, ma non era più nervosa come prima. Ero contenta che stesse un po’ meglio, però ero anche spaventata, per via del sangue fresco che aveva bevuto. Temevo che stesse diventando una persona diversa, perché non avevo mai visto un essere vivente bere sangue, e la mamm non era il tipo da gradire quel genere di cose. Era religiosa. E convinta che fosse posseduta da un demonio, perché detestava il sangue, eppure l’aveva bevuto. Se non fosse stata posseduta da un demone, non credo che sarebbero riusciti a farglielo bere. Era un pensiero inquietante. Però…stava meglio.(…)

La mamma cominciò a uscire e a rientrare a buio fatto; era la prima volta che faceva una cosa del genere. Non andava mai da nessuna parte, se non per sbrigare i suoi affari. Ed ecco che invece ora, più che quarantenne, ogni sera andava a casa del celebrante e ne rientrava a tarda ora: si recavano in altri piccoli villaggi e partecipavano ad altre cerimonie Zar.

“La storia è il racconto di un episodio realmente accaduto in un paesino dell’entroterra somalo negli anni 60, e mostra quanto forte sia il legame fra lo Zar e la religione animistica africana, bene al di fuori delle tradizioni islamiche. L’Islam è tuttavia presente nella celebrazione attraverso la lettura del Corano prima di dare inizio alla cerimonia, originariamente per integrarsi alla religione pre-esistente e poi per permettere alla gente di continuere ad officiare un antico rito dando ad esso una parvenza di islamità che lo rendesse moralmente accettabile.

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