Racconti di viaggio dal mondo arabo


Racconti di viaggio dei viaggiatori occidentali nel mondo arabo nella storia

Racconti di viaggi dal mondo Medio orientale

Viaggi dal mondo Medio orientale

La scelta di questo materiale é stata fatta allo scopo di fornire testi il più possibile vari sul grandissimo panorama dei diari di viaggio, tenendo presente soprattutto i testi più importanti in materia (quello di Lane, quello di De Nerval e quello di Prisse D’Avennes).

Flaubert ha dedicato moltissima attenzione alla danza nella redazione del suo diario di viaggio in Egitto.

La selezione non pretende di essere completa: mancano infatti di certo i testi di autori importanti, ma servirà da introduzione. In tutte le grandi biblioteche sono disponibili vari diari di viaggio scrtti da occidentali nel periodo dal 1700 ai giorni nostri, e quasi tutti parlano almeno incidentalmenie della danza. Chiaramente la maggior parte dei testi fa riferimento all’Egitto, meta obbligatoria per tutti i viaggiatori e turisti di ogni tempo. Questa raccolta di testi ci può dare un’idea delle opinioni che giungevano in occidente riguardo al Medio Oriente in generale ed alla danza in particolare, e può essere spunto di molto interessanti riflessioni.Ricordiamo che la visione della danza araba che abbiamo qui in Occidente dipende in larga misura proprio da test

Edward William Lane 

The Manners & Customs of the Modern Egyptians

Londra e Toronto, pubblicato da J. M. Dent & sons Ltd. New York 1908,

su testo del 1836 (traduzione di Sabina Todaro)

Le danzatrici professionali

L’Egitto è stato a lungo celebrato per le sue danzatrici pubbliche; le più famose tra queste sono una tribù a sé, chiamata Ghawazee. (Quando venne scritto ciò, la danza femminile pubblica e la prostituzione sono state proibite dal governo, all’inizio di giugno, nell’anno 1834.

Le donne che venivano sorprese nell’infrazione di questa legge venivano punite con 50 frustate per la prima volta, e per infrazioni reiterate venivano anche condannate ai lavori forzati per uno o più anni: gli uomini sono sottoposti alla disciplina del bastone quando prendono parte a tali reati. Ma esiste un semplice stratagemma per evitare le punizioni in simili casi, che, si dice, viene adottato da molte persone. Un uomo può sposare una donna di malaffare, legalmente, e divorziarne il giorno seguente. Deve soltanto pronunciare due o tre parole, e pagare una piccola somma di denaro, che chiama “la sua dote”. Lui dice “Mi vuoi sposare?” lei risponde “Si” “Per quale somma?” chiede lui. Lei indica la somma; e lui gliela dà: lei diviene allora sua moglie a pieno diritto legale. ll giorno successivo, lui le dice che lei è stata ripudiata. Egli non deve preoccuparsi molto per la richiesta di lei di venire mantenuta per il periodo del suo “eddeh”, prima della fine del quale lei non potrà sposarsi legalmente con un altro uomo; il matrimonio che è appena stato contratto è sciolto è soltanto indicato come un mezzo per evitare la punizione nel caso in cui lei venisse sorpresa insieme all’uomo; e d’altro canto viene tenuto segreto; e la somma che lei potrebbe chiedere per il  proprio mantenimento durante il suddetto periodo è molto scarsa se comparata con quella che potrebbe ottenere prendendo un nuovo marito ogni due o tre giorni).

Racconti del Mondo Medio orientale

Le culture del mondo

Una donna di questa tribù è chiamata “Ghazeeyeh”; e un uomo “Ghazee”; ma il plurale Ghawazee è di solito concepito in riferimento alle donne. ll cattivo uso del termine “al’mehs” per indicare le comuni danzatrici di questo paese è già stato sottolineato. Le Ghawazee si esibiscono, non velate, nelle pubbliche strade, persino per divertire la plebaglia. La loro danza ha un eleganza minima; la sua peculiarità principale è un movimento molto rapido di vibrazione dei fianchi, da lato a lato. Cominciano con un certo grado di decoro; ma ben presto, sotto sguardi più animati, con un più veloce battito delle loro castagnette di ottone, e con crescente energia in ogni movimento, offrono uno spettacolo esattamente in accordo con le descrizioni che Marziale (Lib. X, Epigr. 79) e Giovenale (Sat. Xl, v. 162) hanno dato delle performances delle danzatrici di Gades. Gli abiti con cui si esibiscono normalmente in pubblico è simile a quello che viene indossato in Egitto dalle donne della classe media in privato, cioè nell’hareem; consiste in un Yelek, o un ‘Anteree, e un Shinttiyan ecc, di stoffe belle. Indossano inoltre vari ornamenti; i loro occhi sono bordati con il Kohl (o collirio nero); e la punta delle loro dita, il palmo delle loro mani, le dita e le altre parti dei loro piedi, sono solitamente decorati con il pigmento rosso dell’Henna, secondo l’uso generale della media e dell’alta classe delle donne Egiziane. ln generale, sono accompagnate dai musicisti (più che altro della stessa tribù), i cui strumenti sono il Kemengeh o il rabab con il Tar; o la Darabukkeh con la Zummarah o lo Zemr: il Tar è solitamente suonato da una vecchia donna. Le Ghawazee spesso si esibiscono nel cortile di una casa, o per la strada, di fronte alla porta, in alcune occasioni di festività nell’Hareem; come, per esempio, nell’occasione di un matrimonio, o della nascita di un bambino. Non vengono mai ammesse in un Hareem rispettabile, ma non è raro che vengano ingaggiate per rallegrare una festa di uomini nella casa di qualche libertino. In tal caso, come ci si potrebbe aspettare, le loro esibizioni sono ancora più lascive di quelle che ho appena descritto. Alcune di loro, quando si esibiscono di fronte a un pubblico maschile a una festa, indossano soltanto lo Shintiyan (o pantaloni) ed un Tob (una camicia o vestaglia larghissima, lunga e senza maniche) di garza, colorata,  semitrasparente aperta circa per metà di fronte. Per eliminare l’ultimo barlume di pudore che potrebbero ancora a volte per caso avere, sono copiosamente fornite di brandy o di qualche altro velenoso liquore. Le scene che ingaggiano non possono venire descritte.

Ho ben poco bisogno di aggiungere che queste donne sono le più lescive cortigiane dell’Egitto. Molte di loro sono estremamente belle; e la maggior parte sono riccamente abbigliate. Oltretutto credo che siano le più graziose donne dell’Egitto. Molte di loro hanno un sottile naso aquilino; ma sotto la maggior parte dei punti di vista, assomigliano alle altre donne del loro paese. Le donne, così come gli uomini, si divertono nell’assistere alle loro performances; ma molte persone delle classi più elevate, ed i più religiosi, le disapprovano.

Le Ghawazee si distinguono, in generale, come una casta dal volto differente, benché fine, dal resto degli Egiziani, difficilmente si può dubitare che appartengono, come esse stesse proclamano, a una razza diversa. La loro origine, comunque, è avvolta in molta incertezza. Chiamano se stesse “Baram’keh” e vantano di discendere dalla famosa famiglia che così si chiamava ed era oggetto di favori, e poi della capricciosa tirannia, di Haroon Er-Rasheed, e del quale leggiamo in diversi racconti delle “Mille e una notte”: ma, come un mio amico ha recentemente osservato, probabilmente non hanno diritto a chiamarsi “Baramikah” se non perché assomigliano a questa famiglia quanto a liberalità di un diverso tipo. ln molte tombe dell’antico Egitto troviamo rappresentazioni di danze femminili in intrattenimenti privati, al suono di vari strumenti, in un modo simile alle moderne Ghawazee, ma addirittura più licenziose; una o più di queste danzatrici venivano generalmente ritratte in stato di perfetta nudità, benché in presenza di uomini e donne di alto lignaggio. Crediamo che questo mododi danzare sia stato comune in Egitto, in tempi molto remoti, persino anteriori all’Esodo degli Israeliti, visti i monumenti cui qui si alludeva, la maggior parte dei quali indica i nomi dei re, cosa che prova la loro epoca. E’ ad ogni modo probabile che abbia avuto seguito senza interruzione; e forse le odierne Ghawazee discendono dalla classe di danzatrici che rallegravano gli egiziani al tempo dei primi faraoni. Dalla somiglianza con il Fandango spagnolo delle danze delle Ghawazee, possiamo supporre che questo sia stato introdotto in Spagna dagli arabi che conquistarono quel paese, laddove non fossimo informati che le Gaditanas, o donne di Gades (ora chiamata Cadice), erano famose per tali performance, al tempo dei primi imperatori romani. Comunque, benché dunque appaia che il licenzioso modo di ballare qui descritto è stato a lungo praticato in Spagna, non è improbabile che sia stato originariamente introdotto a Gades dall’Est, forse ad opera dei Fenici (dall’effetto che produsse, è probabile che la danza fatta dalla figlia di Erodiade sia stata del tipo quì descritto. Vedi Matteo XIV 6,7 o Marco, VI 22,23).

Le Ghawazee in un quadro orientalista

Le Ghawazee

Le Ghawazee più che altro si distinguono dalle altre classi, astenendosi dal matrimonio con qualunque persona che non appartenga alla loro tribù; ma a volte una Ghazeeyah fa voto di penitenza, e sposa un rispettabile arabo; che non viene considerato un disgraziato per una tale unione: tutte loro sono impegnate nella professione venale, ma non tutte come danzatrici; e la maggior parte di loro si sposa, benché nessuna lo faccia prima di dare inizio alla sua carriera di venalità. Il marito è sottoposto alla moglie: svolge per lei le mansioni di servo e manager; e di solito, se lei è una danzatrice, lui è anche il suo musicista: ma unapiccola parte fra di essi si guadagnano la sussistenza come fabbri o stagnini ambulanti. La maggior parte delle Ghawazee accolgono il più infimo passanta, se può pagare anche una somma molto ridotta. Benché alcune fra loro siano proprietarie di considerevoli beni, costosi ornamenti ecc, molte delle loro usanze sono simili a quelle della gente che noi chiamiamo “gipsies”, e che qualcuno suppone abbiano origine egiziana. E’ interessante che qualcuno fra gli zingari egiziani asserisca di discendere da un ramo della stessa famiglia a cui le Ghawazee fanno risalire le loro origini; ma la loro pretesa è da ascoltare meno di quella di queste ultime, poiché non puntano unanimemente tutti su questo aspetto. Avrò occasione di parlare di loro più in dettaglio nel prossimo capitolo. ll linguaggio comune delle Ghawazee è lo stesso che nel resto dell’Egitto; ma esse a volte fanno uso di una certa quantità di parole che appartengono solo a loro, al fine di rendere il loro discorso incomprensibile agli stranieri. Sono di fede musulmana, a giudicare da quanto professano; e spesso qualcuna di loro accompagna le carovane egiziane al pellegrinaggio alla Mecca. Ve ne sono in quasi tutte legrandi città in Egitto, e abitano in un quartire ristretto, vietato alle donne in generale. Le loro abitazioni consuete sono rifugi bassi o temporanei ripostigli, o tende; poiché spesso si muovono da una città all’altra: ma qualcuna si è stabilita in una casa grande; e molte posseggono schiave nere (dalla cui prostituzione aumentano i loro possessi) e cammelli, e mucche ecc., con cui commerciano. Curano i campi, e tutte le feste religiose e profane, delle quali sono, per molte persone, l’attrazione principale. Numerose tende di Ghawazee si vedono in tali occasioni. Alcune di queste donne aggiungono alle loro altre specialità l’arte del canto, e uguagliano le comuni Awalim. Quelle della classe inferiore sono vestite come le prostitute più povere. Alcune di esse indossano un tob di garza, sopra un’altra camicia, con lo Shintiyan, ed un crape o tarhah di mussolina; e di solito si decorano con una profusione di ornamenti, come collane, braccialetti, cavigliere, una fila di monete d’oro sopra il sommo della testa, e a volte un anello al naso. Tutte si decorano con Kohl ed henna. Visono alcune altre danzatrici e cortigiane che si danno il nome di Ghawazee, ma non appartengono realmente a questa tribù. ( Le cortigiane di altre classi sono sempre abbondate in ogni città dell’Egitto; ma dentro ed intorno alle metropoli, queste e le altre prima menzionate sono state generalmente particolarmente numerose; qualche quartiere è abitato esclusivamente da esse. Queste donne quando la loro professione era permessa dal governo, frequentemente si comportavano con la maggiore sfrontatezza ed audacia. l lorovestiti erano come ho descritto rispetto alle Ghawazee, o differivano da quelli delle donne rispettabili nel fatto di essere un po’ più allegri, e meno “vestiti”. Alcune donne della classe venale al Cairo non solo indossano il Burko,(o velo facciale), ma si abbigliano, in ogni particolare, come le donne modeste; dalle quali non possono venir distinte, eccezione fatta per il fatto che scelsero di scoprirsi. Simili donne si trovavano in quasi tutti i quartieri delle metropili. Molte di esse erano donne divorziate, o vedove; e molte erano le mogli di uomini i cui affari li obbligavano ad essere spesso all’estero. Tutte le prostitute riconosciute in Egitto pagano una “tassa di ingresso” (Firdeh). Le tasse pagate da quelle delle metropoli ultimamente ammontava all’ 800 purses (equivalenti a 4.000 sterline), cosa che non è inferiore al 10% del Firdeh di tutti gli abitanti messi insieme. Questo fatto può dare qualche idea della loro quantità in comparazione con la qualità delle persone che praticavano un onesto lavoro per ottenere la propria sopravivenza).

Molta gente del Cairo crede o persuade se stessa di considerare che non vi sia nulla di riprovevole nelle danze delle Ghawazee, se non il fatto che vengano rappresentate da donne, che non si dovrebbero esporre , e impiegano uomini a danzare alla stessa maniera, ma il numero di questi danzatori uomini, che per la maggior parte sono giovani, e che sono chiamati “Khawal” (il termine Ghaish, al plurale Gheeyash, viene pure applicato a persone di questa classe), è molto esiguo. Sono musulmani e nativi dell’Egitto. Poiché impersonano una donna, le loro danze sono esattamente le stesse descritte per le Ghawazee; e sono, nello stesso modo, accompagnate dal suono delle castagnette; ma, come per schernirsi dal venir creduti vere donne , il loro vestito è utile alla loro innaturale professione, essendo in parte maschile ed in parte femminile: principalmente consiste in un abito stretto, una guaina ed una specie di sottana. ll loro aspetto generale, comunque, è più femminile che maschile: lasciano che i capelli crescano lunghi, e di solito li intrecciano, al modo delle donne; i peli del viso,quando crescono, vengono tagliati; e imitano le donne anche nell’applicare kohl e henna agli occhi ed alle mani. Per le strade, quando non sono impegnate nella danza, spesso persino velano il loro viso; non per vergogna, ma puramente per imitare il modo delle donne.Spesso sono ingaggiati, preferendoli alle Ghawazee, per danzare davanti ad una casa, o nel suo cortile, in occasione di una festa di matrimonio, o della nascita di un bambino, o di una circoncisione; e frequentemente si esibiscono nei festival pubblici.

Vi è al Cairo un’altre classe di danzatori uomini, giovani uomini e ragazzi, le cui performances, i vestiti e l’aspetto generale sono quasi esattamente uguali a quelli dei Khawal; ma se ne distinguono per un appellativo diverso, “Gink”, un termine turco, che ha un significato volgare che indica bene le loro caratteristiche. Sono generalmente ebrei, armeni, greci o turchi.

Riassunto tratto dall’opera di Cristina di Belgioioso

“Vita intima e vita nomade in oriente” Ed. Ibis 1993

tradotta da Sabina Todaro dall‘originale francese “La vie intime et la vie nomade en orient” pubblicato in Revue des deux mondes 1855 da Sabina Todaro

II viaggio di cui si narra avvenne nel 1852, dall’Anatolia a Gerusalemme.

L’unico dovere che hanno accettato rispetto ai cristiani è l’ospitalità, e lo prendono dunque molto sul serio ma, trattandosi di un dovere e non di una scelta, è solo apparenza, e si deteriora facilmente. L‘ospite, il “muzafir” é inviato da Dio, e perciò è sempre il benvenuto, qualunque cosa faccia in casa tua. Però troverai il modo di farti ripagare di tutto!

Il muftì di cui sono ospite ha 99 anni, ma ha diverse mogli più giovani di 30 anni, e le considera vecchie, e moltissimi figli. Visita l’harem come se fosse la sua scuderia, ma non vivrebbe mai con le donne, considerando il luogo infetto, fumoso, caotico, tanto da offrire alla sua ospite un riparo altrove.

Il vecchio non sa quanti figli ha, poiché le femmine a 10 anni vengono mandate altrove per sposarsi o fungere da serve o dame di compagnia, ed i maschi a 14 anni se ne vanno dalla casa dei padre per lavorare. A volte qualcuno dei figli ritorna, ma il padre li vive come estranei, visto che la loro madre, magari, é morta.

Distruggo forse qualche illusione parlando con cosi poco rispetto degli harem. Abbiamo letto descrizioni di harem nelle “Mille e una notte”e in altri racconti orientali; ci é stato detto che in questi luoghi abitano la bellezza e gli amori: siamo autorizzati a credere che le descrizioni pubblicate, benché esagerate e abbellite, siano comunque basate sulla realtà, e che in questi misteriosi ritiri si debbano trovare riunite tutte le meraviglie del lusso, dell’arte, della magnificenza e della voluttà. Quanto siamo lontani dal vero! Immaginate muri anneriti e screpolati, soffitti in legno con crepe qua e là e coperti di polvere e di tele di ragno, sofà strappati e unti, cortine a brandelli, tracce di candela e di olio ovunque. Io che entravo per la prima volta in questi affascinanti ritiri, ne ero sgradevolmente colpita; ma le padrone di casa non se ne accorgevano.

La loro persona é conforme al resto. Poiché gli specchi sono molto rari in questo paese, le donne si mettono addosso a casaccio molti orpelli di cui non possono apprezzare l’effetto bizzarro. Appuntano molte spille di diamanti e pietre preziose su fazzoletti di cotone stampato che avvolgono intorno alla testa. Non c’e niente di meno curato dei loro capelli, e solo le grandi dame che hanno abitato nella capitale hanno dei pettini. Quanto al fard multicolore di cui fanno un uso smodato possono regolarne la distribuzione solo aiutandosi reciprocamente con i loro consigli, e poiché le donne che abitano la stessa casa sono altrettante rivali, incoraggiano volentieri le une con le altre le più grottesche colorazioni del viso. Si mettono del vermiglio sulle labbra, del rosso sulle guance, sul naso, sulla fronte e sul mento, del bianco a casaccio e come riempitivo, del blu intorno agli occhi e sotto il naso. Ancora più strano è il modo in cui si tingono le sopracciglia. Probabilmente é stato detto loro che, per essere bello, il sopracciglio deve formare un grande arco, ed esse ne hanno concluso che l’‘arco sarebbe stato tanto più ammirevole, quanto più fosse stato grande, senza chiedersi se il posto di quest’arco non fosse irrevocabilmente determinato dalla natura. Cosi, destinano alle sopracciglia tutto lo spazio esistente da una tempia all’altra, e dipingono sulla fronte due archi immensi che partono dalla radice del naso e se ne vanno ciascuno dalla propria parte fino alla tempia. Ci sono belle ragazze che preferiscono la linea dritta a quella curva e che si tracciano una grande riga nera attraverso la fronte; ma questi sono casi rari.

L’effetto di questo modo di pitturarsi combinato con la pigrizia e la mancanza di pulizia innate nelle donne orientali, é indiscutibilmente deplorevole. Ogni viso femminile é un’opera d‘arte complicata che non si potrebbe rifare ogni mattina. Persino le mani e i piedi, variopinti d’arancione, temono l’azione dell’acqua come nociva per la loro bellezza. Anche il gran numero di bambini e di domestiche, soprattutto negre, che popolano gli harem, e la situazione di parita in cui vivono padrone e domestiche, sono cause aggravanti della sporcizia generale. (…) in Asia i vetri rappresentano ancora una novità, Ia maggior parte delle finestre è chiusa con carta oleata, e là dove la carta é poco diffusa si rimedia a ciò eliminando completamente le finestre e accontentandosi della luce che penetra dal camino, luce più che sufficiente per fumare, per bere, e per frustare i bambini eccessivamente ribelli: sole occupazioni a cui si dedicano durante il giorno le urì (cioè le donne che i musulmani credono di meritarsi come compagne in paradiso) mortali dei fedeli musulmani. (pagg.34-36)

I dervisci parrebbero dai racconti monaci mendicanti musulmani, uomini santi sottomessi alle regole religiose. Portano amuleti qualunque. Sono stimati come guaritori e maghi. Hanno  varie mogli qua e là e conducono una vita errante. Alcuni vivono in comunita e  si dedicano a “opere pie”.

Ecco la descrizione di una cerimonia derviscia: “ll vecchio fece un segno ed uno dei derviscisi si alzò. Dapprima andò  ad inginocchiarsi davanti   al capo e a baciare la terra; questi gli  impose le mani come per dargli la sua benedizione, e gli disse a voce bassa qualche parola che non capii. Allora, alzandosi, il derviscio si tolse il mantello, la pelliccia di pelo di capra, e prendendo dalle mani di un confratello un lungo pugnale con il  manico ornato di campanelli, andò a mettersi in piedi in mezzo al locale. Dapprima calmo e assorto, si animò    gradualmente sotto la spinta di un moto interiore: il petto gli si gonfiò, le narici si dilatarono e  gli occhi ruotarono nelle orbite con una straordinaria rapidità.      Questa trasformazione era accompagnata e certamente aiutata dalla musica e dai canti degli altri dervisci che, dopo aver cominciato con un recitativo monotono, passarono ben presto alle grida e alle urla cadenzate, a cui il battito regolare e accelerato di un tamburello  imponeva un certo ritmo. Quando la febbre musicale raggiunse il parossismo, il primo  derviscio alzò e successivamente lasciò ricadere il braccio che reggeva  il pugnale,  apparentemente senza rendersi conto di quei movimenti e come mosso da una folza estranea.(… ). Alla musica si aggiunse la danza, e il derviscio protagonista eseguì dei salti  cosi prodigiosi, pur continuando sempre il suo canto da energumeno, che il sudore scorreva  sul suo petto nudo.

Era il momento dell’ispirazione. Brandendo il pugnale che non aveva mai abbandonato e la  cui minima scossa faceva risuonare i mille sonagli, tese il braccio in avanti; poi, piegandolo all’improvviso con forza, si conficcò la  lama nella guancia, cosicché la punta uscì all’interno della bocca. ll sangue apparve subito dai due tagli della ferita. (…) “Basta cosi figliolo, (…) vai a guarirti”.

Il derviscio si inchinò, estrasse la lama, e, avvicinandosi a uno dei suoi confratelli, si inginocchiò e gli mostro la guancia, che questi lavò  esternamente e internamente con la propria saliva. L’operazione duro solo pochi secondi; ma quando il ferito si alzò e si girò dalla nostra parte, ogni traccia di ferita era scomparsa”. (pagg. 53-55)

Quando gli orientali dicono che in un posto ci sono aria buona ed acqua fresca si stupiscono che non vi ci vogliate trasferire.

L’harem piu simile all’onesto ménage cristiano è quello del povero abitante di campagna: la moglie non è prigioniera della casa, e spesso non c’e un appartamento particolare per lei, e comunque nel suo spazio gli uomini non sono esclusi categoricamente. Qli uomini sono di rado poligami, e solo quelli che da giovani sposano una vecchia ricca, dopo un po’ di anni si risposano.

Benchè la legge e la morale glielo permettano, spesso non prendono una seconda mcglie per non dispiacere la prima. La donna ha diversi diritti in quanto rappresentante del sesso debole: può fingersi malata, lamentarsi e arrabbiarsi senza motivo, e il marito la accetta anche se né la legge nè le consuetudini la difenderebbero. Spesso gli uomini hanno mogli molto piu giovani di loro, ma a volte tengono con sé mogli molto anziane e malate.

Il turco, che non conosce altra societa che la sua, crede che niente sia bello e buono se non il suo paese.

Gli unici piaceri che concepisce sono quelli dei sensi, per cui le sue uniche occupazioni sono il cibo, il sesso e il riposo. Non conosce il piacere della cultura e della conversazione.

Ecco una descrizione dei normali rapporti uomo-donna: “Quando una delle sue mogli ha perso la freschezza della giovinezza, quando, per un motivo qualsiasi, ha smesso di piacergli, non la chiama piu vicino a sé, e ben presto dimentica la sua esistenza. Se ha visto al bazar una schiava che gli va bene, la compera, la porta a casa, e la proclama sua favorita.

Può essere idiota, golosa, ladra: egli ne è consapevole, ma che importa? Non ha illusioni. Come potrebbe averne, e perché? Egli sa bene che la giovane donna che stringe tra le braccia prova per lui solo odio e disgusto; sa bene che lei gli pianterebbe con piacere un pugnale nel cuore per guadagnare 10 piastre; sa bene che il suo amore é solo una febbre passeggera. (…) Ignora le gioie interiori, le ineffabili gioie del sacrificio. Non ha mai fatto una confessione che potesse nuocergli, né si è detto: sono stato fedele alla verita! Non ha mai anteposto la gioia di un altro alla sua, né si e detto: sono stato fedele ai miei affetti!(…)

Alta, forte, con una vita sottile, un colorito splendente, una massa di capelli neri e lucenti, la fronte alta e piena, il naso aquilino, occhi neri immensi e spalancati, labbra vermiglie e modellate come quelle delle statue greche dell’epoca classica, denti come perle, il mento arrotondato, il contorno del viso perfetto, questa è la georgiana. Ammiro veramente le donne di questa razza; poi, quando le ho ammirate per bene, giro la testa e non le guardo più, perché sono sicura di ritrovarle, quando ne avrò voglia, esattamente come le ho lasciate, senza un sorriso di più o uno di meno, senza un minimo cambiamento di espressione. Che le nasca un figlio o che gliene muoia uno, che il suo signore l’adori o la detesti, che la sua rivale trionfi o sia esiliata, il viso dslla georgiana è imperscrutabile. (molto spesso le schiave sono georgiane o circasse).

La circassa non ha né gli stessi vantaggi, né gli stessi inconvenienti. Le circasse sono nella maggior parte dei casi biondi; il loro colorito é di una freschezza incantevole, gli occhi sono blu, grigi o verdi, e i lineamenti, benché fini e graziosi, sono irregolari. Tanto la georgiana sciocca e altera, quanto la circassa è falsa e astuta. L’una è capace di tradire il suo signore, l‘altra di farlo morire di noia”. (pagg. 110-111)

Quando il signore compare, le donne dell’harem sembrano pendere dalle sue labbra, e sono silenziose e timide. Ma in realtà sono fra loro volgari e gridano, e odiano il signore.

l veli coprono e nascondono la donna, e, visto che forme e colori degli abiti sono tutti uguali, le donne per la strada sono irriconoscibili, per cui è facile per loro recarsi dove vogliono, e l’infedeltà non è un rischio.

Gli uomini turchi detestano le donne turche e le considerano stupide. Ma sono loro stessi a volerle semplici schiave!

Una donna sterile è disgraziata, inutile, quale che siano il suo stato sociale e il suo aspetto fisico.

I racconti dal mondo medio Orientale

Le storie del mondo medio orientale

Ecco una descrizione della vita delle donne sulle terrazze e della danza: “Era davvero uno spettacolo curioso quello di tutte quelle donne che si pavoneggiavano all’aria aperta, con i loro diamanti, a un’altezza a cui, dalle nostre parti, arrivano solo i gatti e gli spazzacamini. Queste signore passeggiavano, si facevano visita (sempre sui tetti), e si dedicavano lietamente ai giochi e alla danza. (…) C’e solo una danza nell’impero ottomano: è la stessa per i turchi, gli arabi, per tutte le nazioni musulmane sparse sul suo territorio; è la stessa per i greci e gli armeni sudditi della Sublime Porta, e questa danza universale merita appena il nome di danza. Due persone dello stesso sesso, ma sempre vestite da donna, si mettono l’una di fronte all’altra, con in mano delle nacchere, se ne hanno, due cucchiai di legno se invece mancano le nacchere, e anche niente del tutto; ma il movimento delle dita e la pantomima delle nacchere sono di rigore. Le due danzatrici piegano e distendono (stirano sarebbe più esatto) le braccia, scuotono rapidamente le anche, dondolano più lentamente la parte alta del corpo, scuotono leggermente i piedi senza tuttavia staccarli dal suolo. Pur continuando queste varie contorsioni, avanzano, indietreggiano, girano su se stesse e intorno a quella che sta loro di fronte, mentre il gruppo di musicanti, composto di solito da tamburello, grancassa e zufolo da pastore, batte il tempo, sempre più rapido. Cosa abbia di grazioso questa danza, lo ignoro; ma quello che ha di indecente colpisce subito anche gli occhi meno esperti”. (pag. 69)